Islanda (e Londra mio malgrado): parte 11, This is the End

260 km, circa tre ore d’auto, e una pioggia battente ci accompagna per quasi tutta la strada.
Questo è il riassunto di questa nostra ultima giornata in Islanda perché domani si riprende l’aereo e si torna in quel di Londra prima di tornare definitivamente a casa.

Partiamo da Sæberg abbastanza presto e facciamo colazione all’unica stazione di servizio della zona poco più a sud del nostro ostello. Continuiamo la nostra strada nella pianura tra scrosci di pioggia e tramonti spettacolari.

Così, davanti a me, completo ... mai visto

Attraversiamo delle zone umide, molte belle ed interessanti ma non c’è verso di fermarsi, la pioggia continua a tempestarci senza tregua e quindi proseguiamo veloci verso sud, fino a Borgarbyggð e da li ancora giù in direzione Akranes anche se qui invece che fare il comodo passaggio che attraversa velocemente il Hvalfjörður prendiamo la 47 che fa il giro attorno al fiordo. Qui non c’è nulla di spettacolare da vedere se non la desolante presenza della stazione baliniera, ma il tempo è veramente pessimo e anche se proviamo a scendere un’attimo per quella che sembra un’area archeologica “alla Islandese” desistiamo subito e riprendiamo la strada e decidiamo che la Blue Lagoon è la nostra meta per toglierci questa depressione da pioggia che ci attanaglia lo spirito.

Poco a nord di Reykiavick c’è un po’ di emozione quando ci immettiamo nella stessa rotonda che 6 giorni prima segnava l’inizio della nostra circumnavigazione. Sorpassiamo la città velocemente e sulla corsia opposta della strada incontriamo quelli che sono i carri del gay pride che si svolgeva proprio oggi in città segno che anche la manifestazione ha subito l’effetto del pessimo clima.

Ma finalmente raggiungiamo la Blue Lagoon dove apprezziamo l’efficenza e la capacità Islandese in una bella struttura ben fatta. Qui passiamo diverse ore a mollo nell’acqua a quasi 40 gradi con all’esterno a 15 gradi e la bufera che imperversa, a volte entrando in sauna ed uscendo all’aria sferzante.

The Blue Lagoon ...

Alla fine della nuotata riprendiamo la macchina e torniamo in città per prendere posto nell’ostello, adesso il tempo si è un po’ calmato e, dopo aver confermato al ragazzo alla reception che non siamo due personaggi ambigui (cosa che potrebbe essere visto che siamo due uomini che viaggiano soli mentre in città c’è un gay pride) andiamo a farci un giro verso il porto per avvicinarci al Sægreifinn dove già pensiamo di cenare a balena e salmone anche perché anche se sono solo le 18 abbiamo parecchia fame visto che abbiamo saltato il pranzo a causa della nuotata.

Reykjavik, Johanna filglia di Gisla

Reykjavik

Reykjavik, porto vecchio

Reykjavik, pescatori d'esperienza

Dopo il giro nel porto il Sægreifinn ci accoglie con la sua cordialità, con la sua balena stupenda ma soprattutto con il miglior pezzo di salmone che abbia mai mangiato in vita mia.
Dopo l’ottima cena torniamo in ostello dove mi prefiggo l’obiettivo di assaggiare almeno un bicchiere di “Brennivín”:http://en.wikipedia.org/wiki/Brenniv%C3%ADn il liquore locale che solitamente viene usato per buttare giù lo squalo putrefatto.

Qui l’uomo dell’ostello ci serve i bicchieri e aspetta con aria furba che ne beviamo un primo sorso, al che ci chiede “Forte?” e Abramo con scioltezza assoluta risponde con un semplice “No, a casa sua ne ho bevute di più forti fatte da suo padre” lasciandolo basito.

Ma oramai è tardi e prendiamo posto nelle nostre cucciette mentre fuori imperversano i festeggiamenti del sabato sera tanto che al mattino, quando usciamo per tornare in aereoporto fuori c’è ancora chi gozzoviglia.

Anche stamattina piove, ma per una volta questo ci viene d’aiuto perché l’acqua fa si che la nostra ammiraglia, lorda come una fuoristrada di sabbia solforosa, sembri anche abbastanza pulita così da poterla riconsegnare senza problemi.

Ma è l’ora, adesso prendiamo il nostro aereo che ci farà abbandonare la grande isola.

Addio Islanda mi mancherai


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Ah si, dopo l’Islanda il viaggio prevedeva una notte e un giorno a Londra che per ovvii motivi non vi descrivo perché non vedevo l’ora di abbandonare quella città malsana. Abbiamo preso alloggio in uno stabile vittoriano, bellissimo da fuori ma dentro nemmeno lontanamente paragonabile alla peggior bettola islandese, con una moquette pessima ovunque, letti a castello fatti di un truciolare orribile, e non voglio commentare i bagni visto che, anche se magari non erano sporchi mi hanno fatto passare tutta la voglia di fare una doccia.

E qui finalmente si conclude il nostro diario di viaggio in questa terra stupenda e favolosa che consiglio a tutti gli amanti del genere di visitare almeno una volta nella vita.

Resta solo un’ultimo post da fare dedicato stavolta alle spese di un viaggio in Islanda.

(continua)

*Puntate precedenti:*
“parte 10”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-10
“parte 8: da nord a sud”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-8-da-sud-a-nord
“parte 7: Tra ghiaccio e sabbia nera”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-7
“parte 6: Il circolo d’oro”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-6-il-circolo-d-oro
“parte 5: La penisola di Reykjanes”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-5
“parte 4: Primi passi nella terra del ghiaccio”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-4
“parte 3: Dramma all’aereoporto”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-3
“parte 2: Londra”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-2
“parte 1: La nascita dell’idea e la partenza”:http://www.phante.com/articles/islanda-e-londra-mio-malgrado-parte-1

Islanda (e Londra mio malgrado): parte 10, il solitario nord

Ormai dopo diversi giorni di viaggio abbiamo capito che in tutta la pianificazione che avevamo fatto in italia avevamo sopravvalutato alcune distanze e sottovalutate altre, in particolare per le tappe che non hanno delle esplicite caratteristiche turistiche e, dopo aver fatto i fiordi del sud est l’idea che ci siamo fatti e che quest’altro trasferimento da Akureyri fino al Sæberg Hostel sarà un’altro tappone lungo e senza particolari cose da guardare.

Questo non vuol dire che l’islanda ci ha annoiato o che non c’è nulla da fare, ma che semplicemente a parte fermarsi ad ammirare il paesaggio ogni tanto non c’è molto da fare e che per andare oltre a quello che si vede poco distante dalla strada sono necessarie troppe ore per raggiungerlo.
Quindi, invece che ripremdere la 1 e andare diritti per la nostra strada decidiamo di seguire di nuovo la costa verso nord, passare per Siglufjörður, circumnavigare la penisola fino a Sauðárkrókur e da li discendere fino all’ostello.

Un giro lunghissimo, estremamente solitario e funestato dal maltempo ma che, nonostante tutto ci ha garantito dei paesaggi meravigliosi, in una zona estremamente solitaria, forse anche più di quanto eravamo abituati, attraversato da una strada impervia, esposta direttamente sull’oceano, un tunnel lungo e stretto, quasi a senso unico, e dopo questo, quando meno te lo aspetti, esci da una galleria e ti trovi davanti ad una specie di sagra paesana, un centinaio di automobili li parcheggiate, una massa di persone che nemmeno nelle città sei più abituato a vedere ed il tutto per cosa? Un torneo di calcio per ragazzine!

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The Road goes ever on and on ...

Il primo posto utile per incontrare un po’ di civiltà è Hofsós dove, nei pressi del porto c’è quello che, stando alla Lonely Planet dovrebbe essere l’edificio in legno più antico di Islanda datato ben 1777: un semplice magazzino portuale senza arte ne parte (di cui mi accorgo adesso non ho fatto nemmeno una foto).

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Più interessante come fattura è la chiesetta in torba che si trova poche centinaia di metri ad est della strada principale ma ci porra via poche decine di minuti di visita, tra un colpo di pioggia e l’altro quindi ci rimettiamo in moto.

Valli del nord

Chiesa campestre

La tappa pranzo è stabilita a Sauðárkrókur che offre ben due locali dove andare a pranzo: l’Olafshus e, appena di fronte il Kaffi Krókur due locali, uno di fronte all’altro e degli stessi proprietari. Seguendo la Lonely ci indirizziamo verso Olafshus che sulla carta ha un menù più intrigante e ha più l’aspetto del ristorante Yankee degli anni 60. Il pranzo è onorevole, io ho preso un merluzzo fritto e il locale offre un buon buffet di contorni, il tutto a 1690 Kr, poco più di 11 €.

Da li, per evitare un po’ di maltempo delle montagne torniamo verso l’interno e facciamo una sosta a Glaumbær al caratteristico museo della fattoria di torba.

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Da li la strada continua con bei paesaggio ma funestati dal maltempo e quindi ci permettiamo solo una lieve deviazione fino ad Hvammstangi giusto per andare a fare un po’ di spesa per prendere delle birre e qualcosa da mangiucchiare durante la serata in ostello che stando alle carte si trova in una zona completamente desolata.

Arriviamo al nostro ostello prima di sera quando ancora non c’è nessuno. Il posto è carino, con vista direttamente sul fiordo. Per registrarsi bisogna usare il telefono dell’ostello stesso in modo da far arrivare qualcuno. Ufficialmente non ha l’accesso ad internet, ma c’è una rete wifi protetta di cui riusciamo a “rubare” la password perché la coppia che è arrivata prima di noi ha dimenticato il foglietto con la password sopra il bancone.

Quello che colpisce di più è il fatto che, a parte una pazza che parla da sola noi due siamo gli unici occupanti di questo stabile solitario

Approfittiamo della tranquillità con una doccia e un po’ di esplorazione in esterna sfidando il forte vento.

se non tirasse una bora assurda un bagnetto sulla piscinetta riscaldata non sarebbe male :)

Quadricilindrico vista fiordo

Ma l’ora avanza e vogliamo puntare ad una cena vera se possibile e ci troviamo di fronte a due scelte, scendere a sud alla stazione di servizio oppure tornare ad Hvammstangi dove prima abbiamo visto un piccolo locale. Visto che la stazione di servizio ci fa tristezza optiamo per nostra fortuna ad Hvammstangi.

La fortuna non è dovuta al fatto che la troveremo un bellissimo locale, anzi il locale è amichevole ma con una cucina che non è nulla di che, ma per il fatto di fronte al locale possiamo ammirare l’essicazione di un po’ di pesce tra cui soprattutto il famigerato Hákarl lo squalo putrefatto di cui sembra che gli Islandesi vanno ghiotti

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E la in mezzo lo squalo putrefatto

Denti di squalo artico

Lo squalo in asciugatura emette un profondo odore di ammoniaca e, approfittando della disponibilità della padrona del locale per avere informazioni su questa leccornia che lei conferma che è buonissima se abbondantemente annaffiata con Brennivín … dubbiosi accettiamo le spiegazioni e torniamo all’ostello, ma per strada, dopo una giornata grigia e funesta l’Islanda ci regala una piccola meraviglia climatica che esco a fotografare nonostante la bora incredibile.

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In ostello, adesso nettamente più popolato, prendiamo posto nell’area comune, compiliamo il guest book descrivendo con minuzia di particolari come il figlio dalla proprietaria è un’incapace nello sfalcio dell’erba e studiamo le carte per definire meglio il giorno dopo. E qui l’amara scoperta, perché speravamo di poterci dirigere verso la penisola Snæfellsnes ma stando alle carte ci aspetterebbero ben 80 km di sterrato sotto un maltempo pressante … con lo sconforto decidiamo di rimandare la decisione alla mattina successiva ma l’ipotesi principale è quella di tornare verso la capitale e goderci un pomeriggio a mollo nella Laguna Blu …


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Islanda (e Londra mio malgrado): parte 9, a caccia di balene

Oggi facciamo poca strada (almeno secondo gli standard Islandesi) e dalla città ci spostiamo un po’ più a nord fino ad Húsavík, paese portuale che si trova a non troppe decine di chilometri dal circolo polare artico.

Húsavík, una birra prima di andare a caccia di balene

Qui il nostro scopo è, novelli capitani Achab, andar a caccia di maestosi cetacei, per poter quindi aver il diritto di esclamare, oltre a “che buona la carne di balena” anche un “che bella la balena, pensa a quanti spiedini ne vengono fuori con una di quelle” 🙂
Vabbè, a parte il tono scherzoso siamo estremamente curiosi di goderci questa giornata salmastra dedicata a vedee questi grandi mammiferi e per fare questo, tra le due compagnie di whale watching di Húsavík ci affidiamo alla North Sailing che è quella che ci da maggior ispirazione e più che altro a gli orari a noi più graditi.

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Ancora una volta il clima islandese ci arride, segno che gli dei del nord sono dalla nostra parte e che capiscono la nostra volontà di ammirare le loro terre e quindi il sole è alto, il cielo è limpido e c’è un forte vento, quindi possiamo aspettarci un mare abbastanza agitato, ma noi, lupi di mare non ci spaventiamo, indossiamo la nostra pesante cerata arancione e ci imbarchiamo sull’ex peschereccio traspormato in nave da avvistamento e usciamo dal porto a sfidar i marosi.

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Ci mettiamo un po’ a raggiungere il luogo per l’avvistamento e ci sono già altre navi in mare, ma per fortuna, anche se non siamo molto fuori dal fiordo, il vento si calma ed il mare è molto tranquillo e allora può iniziare la caccia alla balena. La notevole è che pur in mare, visto che ci troviamo solo all’imboccatura della baia i cellulari prendono ancora …

La caccia è molto semplice e funziona più o meno così, la nave si attesta in una zona e nel frattempo l’uomo di vedetta scruta il mare in attesa di identificare il respiro del cetaceo, il classico sbuffo oppure il segno della pinna e da li scatta l’inseguimento a massima velocità per portarsi fino alla zona dell’avvistamento.

Se hai fortuna durante le tue ore di mare trovi una o più megattere in zona e quindi passi delle ore concitare a furia di “guardate a destra”, “adesso a sinistra”, “di fronte a noi” oppure se sei sfortunato passi ore senza vedere nemmeno l’ombra della balena. Bhè, gli dei ci arridono e quindi non servono molte parole, le foto qui sotto sono sono un’estratto di tutte quelle che ho fatto 🙂

Megattera

Megattera

Megattera

Megattera

Megattera

Megattera

Megattera

Megattera

Dopo una mattinata di caccia fortunata, più di tre ore in mare, torniamo al porto dove è l’occasione di andare a cercare un cibo piacevole per allietarci lo stomaco, anche perché il biscottone scialbo e la cioccolata calda spompa che ci hanno offerto in mare non hanno aiutato certamente a sfamarci.

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E l’occasione è quella di sfruttare un ristorante due passi fuori dal porto un locale che ci intriga per la sua semplicità ma anche per la possibilità di mangiare il Puffin o, come più nota in terra italica pulcinella di mare, ma veniamo dissuasi da una gentile cameriera che ci suggerisce di evitare perché costa molto e si mangia poco quindi optiamo per altri piatti locali, ovviamente a base di pesce. Punto notevole i dolci con un’ottima dolce con sopra una granita al rabarbaro.

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Dopo il lauto pasto è il momento di dedicare un po’ di tempo alle cose che il giorno prima eravamo stati costretti a evitare per mancanza di tempo e quindi, subendo la temperatura record di 25° centigradi scendiamo a sud verso il lago Mytvar ed in particolare la zona lavica di Dimmuborgir.

Questa zona vulcanica si distingue per le fantasiose formazioni rocciose che il magma raffreddanosi ha formato e che i villici locali hanno pittorescamente nominato, per attirare il turista di turno, Il castello, La chiesa … qui offrono diversi percorsi di lunghezza differente che permettono di vedere diverse formazioni e soprattutto fare una bella passeggiata.

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Collezione autunno-inverno 2012 by Dimmuborgir

La chiesa di Dimmuborgir

Dopo Dimmuborgir ci fermiamo nella zona a sud del lago dove possiamo ammirare alcuni piccoli camini dovuti all’esplosione della lava bollente a contatto con l’acqua del lago.

Il camminatore

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Con il senno di poi bisogna dire meriterebbe dedicare più tempo all’esplorazione di questo lago per goderselo con calma come fanno gli islandesi che vengono qui a rilassarsi nei fine settimana, ma la mattinata in mare è stata pesante e sulle nostre spalle si stanno accumulando i giorni di viaggio ed effettivamente non abbiamo programmato nulla e quindi torniamo a dirigerci verso Akureyri dove lungo la strada ci aspetta Godafoss, la cascata degli dei.

Qui, ho anche l’occasione di vedere sulle rapide poco a valle della grande cascata, per la prima e presumo unica volta in vita mia, un salmone che salta per cercare di risalire la corrente, ma lui non è certamente baciato dagli dei visto che il salto che gli si parerà davanti è certamente troppo alto per lui.

Godafoss

Godafoss

Alla sera dopo una bella doccia all’ostello torniamo a cena al Greifinn dove stavolta ordino un Saltfiskur í raudvíni, altro pesce di mare stavolta in salsa di vino rosso, il classi piatto che non ti aspetti, strana combinazione ma buono e ben presentato.

Ma è giunta l’ora di andare a dormire, i giorni in islanda stanno volgendo al termine, ormai infatti ci manca un’altra tappa di trasferimento per raggiungere la zona est e poi da li riscendere a sud, verso la capitale per passare l’ultima notte prima di reimbarcarci per Londra e poi l’Italia.


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Islanda (e Londra mio malgrado): parte 8, da sud a nord

Quella di oggi è la giornata più dura perché ci aspettano quasi 500 km, dall’ostello Vagnsstaðir fino su a nord, ad Akureyri.

Hofn

Il tutto inizia malaccio perché nell’ostello non è prevista una colazione, quindi ci svegliamo prestino ma ristorati da una buona nottata e prendiamo la macchina per tornare ad Höfn dove al negozietto del benzinaio prendiamo del succo da bere e qualcosa da mettere sotto i denti perché il primo lungo tratto di strada seguirà la linea dei fiordi e solo alcuni piccoli paesi di pescatori e quindi non ci aspettiamo di trovare un posto decente per rifornirci di cibo per tutta la mattinata.

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Anche qui la desolazione è l’elemento caratteristico. Una desolazione diversa perché la strada costeggia il nero mare del nord con le sue altre scogliere impervie.

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E poi girato l’angolo si iniziano ad incontrare i primi fiordi, le prime case solitarie, i villaggi che sopravvivono soprattutto con la pesca, posti impervi, solitari e magici.

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E qui l’islanda torna a stupire, con un nuovo ambiente completamente diverso a quello che fino ad ora ci aveva abituato. Non c’è più la desolazione vulcanica del sud, questa è diversa, con il mare che ne addolcisce le curve, con l’erba un po’ più verde e sempre le fattorie sparse e sporadiche. Quello che colpisce di questa zona è la presenza di alcune case abbandonate.

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Passiamo molte ore su queste strade dei fiordi, di cui anche in parte su strada sterrata. In questa zona decidiamo di abbandonare l’Anello per favorire una strada più panoramica che da lontano, passando nei pressi di Reyðarfjörður abbiamo anche l’occasione di vedere il grande impianto dell’Alcoa. Da qui abbandoniamo l’oceano e torniamo verso l’interno dell’isola in direzione di Fljótsdalshérað dove ci fermiamo per pranzo al Cafè Nielsen, un simpatico locale dove riusciamo a fare un’ottimo pranzo, ad un prezzo molto contenuto dove mi strafogo di aringhe e salmone, perché non troppo lontano da qui c’è Seyðisfjörður una cittadina portuale che vediamo solo dall’alto, dopo essere saliti in cima ad il monte

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Quassù troviamo un’altro spiraglio di Islanda, più montano con un laghetto e i suoi torrenti

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Ma la strada è ancora lunga e da Fljótsdalshérað riprendiamo la numero 1 e continuiamo la lunga strada per Akureyri e anche questa volta i paesaggi cambiano ogni mezz’ora di strada, prima campi coltivati, poi un’altopiano brullo e deserto allietato dal un bel lago, per passare ad un’altro deserto completamente senza vita e di sabbia completamente vulcanica

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andando avanti ci troviamo anche in un deserto roccioso e persino scavalchiamo un fiume impetuoso su di un’ardito ponte e poco dopo la zona geotermale estremamente attiva di Hverarönd, luoghi impetuosi, di zolfo e ferro.

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Sulfur

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Ma la strada va avanti e noi con essa, scavalcando il monte da lontano il lago Mývatn ci si para davanti.

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Ma questa non è la nostra meta di oggi quindi ci limitano a passargli oltre per puntare alla città. Saltiamo pure di vitare la cascata degli dei, anche se ci attira molto, ma anche così arriviamo ad Akureyri quando oramai è sera, soffia un vento impetuoso ed il cielo si fa scuro di nubi di pioggia. Prendiamo casa nel nostro ostello in pieno centro, un bell’edificio con delle belle stanze pulite e la particolari in sala comune di sfruttare dei sedili di corriera al posto dei divani.

Il locale per la cena lo troviamo sempre sulla nostra guida, si chiama Greifinn ed è una via di mezzo tra un fast food, una pizzeria e un ristorante. Io punto di cattiveria su un piatto dal nome impronunciabile Plokkfiskur á pönnu, in sostanza pesce sommerso da una specie di besciamella, piatto pesantino ma interessante di chiara influenza nordica.

Li sotto (tra la besciamella e il formaggio) si nasconde un pesce #cucinacasalinga #Islanda

Prima di andare a dormire facciamo un giro per la città e ne godiano l’atmosfera tranquilla

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Vesti al vento

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Ma adesso un’altra lunga giornata è passata, la sonno avanza ed è l’ora di andare a dormire perché l’indomani ci aspetta una giornata in mare ad inseguir balene.


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Islanda (e Londra mio malgrado): parte 7, tra ghiaccio e sabbia nera

Dopo una lunghissima pausa continuo questo mio resoconto Islandese anche se tra qualche mese sarà un’anno che sono andato in quella isola stupenda.

Ci svegliamo freschi e riposati nel nostro cottage a Hestheimar e andiamo a fare una lauta colazione tipica nella casa principale a base di marmellata fatte in casa, torte, the, caffè, skyr, una vera manna dal cielo per noi turisti affamati e pronti ad una lunga giornata di viaggio, perché oggi quello che ci aspetta è tutta la traversata del sud dell’islanda da ovest ad est.

Ma, anche in questa giornata uggiosa da subito l’isola ci continua a stupire con i suoi panorami desolanti e soprattutto le sue cascate improvvise.

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In particolare seguendo la nostra strada guida la prima cosa sulla quale ci scontriamo è Seljalandsfoss, una splendida cascata con la spettacolare caratteristica di avere un sentiero che ci passa dietro, una situazione degna di un’anime giapponese e anche se il maltempo ci insegue un giro è d’obbligo prima di riprendere a strada.

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Per strada incontriamo le fattoria di Þorvaldseyri con il grande vulcano alle sue spalle.

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Incredibile pensare a quanta potenza si nasconda dentro a quel monte e al pensiero di viverci proprio ai suoi piedi. Ma continuiamo a scappare dalla pioggia perchè un’altro spettacolo ci aspetta, la grande Skogarfoss.

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Ma la via prosegue senza fine e la zona che va da da Skogar alla nostra prossima meta è lunga è desolata, tra zone agricole, panorami degni del far west americano, deserti di sabbia nera, luoghi terribili ma bellissimi fino ad arrivare a vedere da lontano il parco nazionale Skaftafell.

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Devo ammettere che trovarsi così vicino ad un grande lingua glaciale fa una certa impressione, sapendo poi che il mare è li a pochi chilometri e che ci troviamo di fronte solo ad un lembo di un’enorme ghiacciaio. Ma riprendiamo la strada che gira attorno al ghiacciaio, strada sempre più desolata e deserta, con il grande ghiacciaio che ogni tanto in lontananza fa la comparsa con la sua maestosità.

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Ma ad un certo punto, nel nulla un bivio, una strada sterrata e l’indicazione di una zona turistica. Che facciamo? E’ sterrato e non vorremo rovinare la macchina, siamo in mezzo al nulla, ma guarda, ci sono altri con macchine civili che ci vanno, proviamoci pure noi. E ci addentriamo in questa strada, pian pianino, buca dopo buca saliamo la collinetta che ci si para davanti fino a che di fronte a noi appare lo spettacolo del Breiðárlón, un piccolo lago glaciale con il ghiaccio multicolore che fluttua sulle acque! Ci fermiamo, scattiamo delle foto, giochiamo con il ghiaccio e riprendiamo la strada.

Poco chilometri oltre, sempre in mezzo al nulla, un’altra catena di colline appare alla nostra sinistra, e colti dalla curiosità parcheggiamo e saliamo il colle … dall’altra parte il grande lago del Jökulsárlón, che come il più piccolo Breiðárlón si trova a sud del ghiacciaio Vatnajökull formato grazie alla lingua di ghiaccio dello Breiðamerkurjökull.

Che spettacolo vedere questi veri e propri iceberg alti decine di metri a pochi metri da noi con anche la possibilità di fare delle visite in barca.

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Ma da qua avanziamo di nuovo, verso la nostra tana per la notte Vagnsstaðir posto carino dove anche qui pernottiamo in un cottage separato rispetto alla struttura centrale. Come piccolo aneddoto la ragazza dell’ostello parlandoci del wifi ci dice che purtroppo il segnale arriva sono sull’edificio principale, ma che rispetto a quando era più giovane in cui il cellulare non prendeva, internet non esisteva in quella zona e la tv aveva solo un canale, e che quindi comunque adesso è un lusso …

Il nostro cottage e la in fondo l'oceano

Qui, dopo aver preso posto ci informiamo per il pranzo e scopriamo che le possibilità sono due, il “ristorante” del vicino museo, che si prospetta più simile ad un fast food che altro oppure andare a Höfn il paese più vicino dove possiamo trovare un’ottimo ristorante il Kaffi Hornið. E quindi fatti due conti, scoperto che dalla Lonely Planet che il locale indicatoci è un buon locale specializzato in arogoste, decidiamo che dopo una giornata come questa ci meritiamo una buona cena e quindi prendiamo la macchina per fare i nostri 53 km di strada, si avete capito bene, 53 km per arrivare al primo ristorante.

Arriviamo in questo semidesolato paese dove ci fermiamo per cena. Il posto è ottimo e carino, e il piattone di aragoste veramente ottimo visto che me la cavo con 5100 Kr (32 euro) per tutta l’ottima cena. Al ritorno facciamo ora a fermarci lungo la strada per goderci lo spettacolo del tramonto e di un branco di cavalli che vagano per i fatti loro.

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Al ritorno all’ostello optiamo per una doccia, un po’ di contatti verso casa, l’upload di un po’ di foto di ghiaccio su Facebook e andiamo a dormire stanchi ma soddisfatti per la spettacolare giornata, confidando in un buon risposo perché quella del giorno dopo sarà una lunga tappa di trasferimento che ci porterà dal sud-est dell’isola fino su al centro nord alla grade Akureyri.


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Sulle strade islandesi

Devo ancora finire il mio resoconto di viaggio ma vi dedico questo piccolo fuori programma che aspettava da tempo di uscire dal mio mac 🙂

Un viaggio in Islanda è certamente un viaggio “on the road” perché, anche se la dimensione dell’isola è comunque limitata, passerete molto tempo in macchina seguendo la strada 1, la Hringvegur che con un’anello circumnaviga tutta l’isola.

Questo video quindi è dedicato alle strade d’islanda, alla sua desolazione, alla radio Bylgjan una delle poche dell’isola ma soprattutto a Helgi Julius e la sua canzone Mig langar til che ci ha accompagnato, volenti o nonelti per buona parte del viaggio.

Come ultimo un dovuto ringraziamento a Pétur di http://www.islandaoggi.com/ che gentilmente è riuscito a scoprire il titolo della canzone 🙂

Islanda (e Londra mio malgrado): parte 6, il circolo d’oro

Mmmm … questa descrizione Islandese va alla lunga e purtroppo non riesco a dedicarci tutto il tempo che vorrei quindi dopo più di un mese eccomi qua a descrivere il mio secondo giorno nella grande isola settentrionale.

La sveglia suona presto per noi viaggiatori e siamo belli ristorati dopo una buona nottata di sonno i cui i compagni di stanza non ci hanno dato troppo fastidio. Però sarebbe una mattina come le altre in qualsiasi parte del mondo se non fosse l’impatto con l’odore di zolfo che esce dal rubinetto dell’acqua calda che mi fa ricordare con prepotenza che già, sono a Reykjavik e sono felice di esserci!

Quindi dopo una buona, anche se abbastanza in linea agli standard internazionali, colazione al buffet dell’ostello ci rimettiamo in moto abbastanza presto anche se purtroppo la giornata è parecchio nuvolosa e non ci da grande speranze. L’obbiettivo di oggi è il circolo d’oro, o per lo meno le attrazioni principali del circolo anche se il nostro non sarà un percorso circolare visto che comunque iniziamo il nostro percorso verso est … dirigendoci innanzitutto verso nord dove incontriamo da vicino un’equino locale.

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La giornata è grigia e chiaramente e non presuppone nulla di buono, ma la nostra meta è il Þingvellir, il parco dove si trova la sede primordiale del Althingi, il parlamento Islandese che li vi è stato fondato nel 930.

Prima di arrivare all’Althingi percorriamo la strada 36 fino ad arrivare nei pressi del Þingvallavatn il grande lago della zona.

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Li vicino deviamo verso la sede dell’Althing dove parcheggiamo sopra la rupe del parlamento. Da li un semplice sentiero scende per la stretta valle vulcanica con il suo torrente, le sue cascate e il panorama della pianura.

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Il luogo ha indubbiamente il suo fascino, pensare che poi in questa zona, poco più di un millennio fa si univa il primo parlamento islandese fa abbastanza impressione anche se rende chiara l’idea della desolazione dell’isola.

Dopo la visita riprendiamo la macchina e proseguiamo per la strada del parco, con un’impressionante limite di velocità di 50 km/h …

Ma il cielo, che al mattino era grigio e scialbo finalmente si apre e quando a mezzogiorno arriviamo all’area geotermale di Haukadalur il cielo è azzurro e splende il sole. Quello che ci accoglie è molta acqua bollente, fanghi e cartelli di pericolo a causa delle alte temperature.

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Ma qui ci sono anche i gayser, tra cui lo Stokkur che ci stupisce con i suoi getti alti anche 40 metri ad intervalli abbastanza regolari ogni 5-6 minuti.

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Sarebbe bello poter ammirare anche il grande Geysir ma purtroppo il grande gayser, quello che ha dato il nome alla specie erutta solo raramente e noi non siamo così fortunati e quindi dopo aver esplorato la zona e aver ammirato diverse eruzioni di Stokkur ci apprestiamo ad andarcene, ma vista l’ora approfittiamo di pranzare nell’area di fronte alla zona termale con un pasto da fast food, senza infamia ne lode. Ma è l’ora di andare avanti con il nostro viaggio ed arrivare, dopo circa una decina di chilometri più a nord-est alla nostra prima grande cascata, Gullfoss.

La prima particolarità che possiamo notare di questa possente cascata è che è in pianura, diversamente da quelle a cui siamo abituati in terra italica. Fa un po’ strano vedere questo fiume che ha scavato la zona sottostante creando una imponente cascata ben fornita di sentieri e che consente di visitarla senza problemi e pericoli, se non quello di bagnarsi un po’ se il vento tira nel senso sbagliato.

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Giriamo un po’ per la zona, godendoci il sole e il solitario paesaggio ammirando le montagne lontane quando notiamo che dietro alle montagne c’è qualcosa di spesso e bianco. All’inizio pensiamo siano nuvole, ma poi, controllando anche sulle cartine capiamo … quello è in realtà un grande ghiacciaio.

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Ma ormai è pomeriggio, è ora di iniziare a tornare verso sud per raggiungere la nostra casa per la notte, ma facendo due conti siamo troppo presto per andare ad Hestheimar e troppo tardi per andare troppo lontano.

Seguendo le indicazioni della Lonely Planet proviamo ad andare verso un’altra cascata, certamente meno famosa ma potenzialmente interessante, Hjálparfoss, e quindi ci aspetta un bel po’ di strada, prima tornando indietro lungo la 35, poi imboccando la 359 passando per Flúðir e poi la 30 e infine la 32 verso nord, per arrivare in mezzo al nulla, dove lasciamo la macchina in parte la strada e imbocchiamo una sterrata di sabbia nera per arrivare finalmente in questo piccolo gioiello scavato nel basalto.

Hjálparfoss

Il posto è sicuramente pittoresco e molto bello, anche perché è sicuramente al di fuori dei normali giri turistici e permette di ammirare delle interessanti formazioni basaltiche.

Basalti a Hjálparfoss

Ma ora dopo questo piccolo angolo di Islanda ritorniamo verso sud a riprendere l’anello e dirigerci verso Hestheimar dove finalmente pernotteremo. Quello che ci accoglie è un’allevamento di cavalli islandesi con una casa principale a mezza collina e alcuni cottage singoli in alto, di uno è quello in cui passeremo la notte.

Cottage a Hestheimar

Che dire, essere li, in mezzo al verde, in un bel cottage in cui l’acqua calda arriva da una centrale geotermica posta a molti chilometri di distanza e circondati da cavalli che scorrazzano su e giù per la collina facendo tremare il nostro cottage, insomma un piccolo angolo di paradiso dove potersi divertire un sacco con le foto.
Ci viene anche offerta la possibilità di fare il bagno nella vasca esterna che si trova sullo stabile sotto di noi ma preferiamo starcene in terrazza a godere dell’aria fresca e del sole prima andare a caccia della cena.

Cavalli di Hestheimar

Cavalli di Hestheimar

Cavalli di Hestheimar

Cavalli di Hestheimar

Cavalli di Hestheimar

Questa è anche la nostra prima esperienza di cena islandese al di fuori della città e subito capiamo che da Hestheimar dobbiamo macinare quasi trenta chilometri in direzione ovest fino a Selfoss dove trovare un po’ di vita e anche un supermercato dove prendere alcune cose e puntare ad un bar consigliato dalla guida. Ma qui il cambio del fuso orario ci frega e quando troviamo il bar pieno e ci ipotizzano quaranta minuti di attesa li giudichiamo troppi e rimediamo verso un fast food locale per accorgerci troppo tardi che in realtà sono appena le 20 … e vabbè qui consumeremo la nostra peggior cena in questa terra. Dopo cena visto che il sole è ancora alto proviamo ad andare a vedere Hella, ma quello che ci troviamo di fronte è solo un piccolo paese senza particolare interesse quindi riprendiamo possesso del nostro cottage sulla collina e passiamo la serata godendoci il paesaggio ed i cavalli prima di un buon sonno ristoratore stavolta necessario perché il giorno dopo abbiamo molti chilometri di fronte a noi.


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Islanda (e Londra mio malgrado): parte 5, la penisola del Reykjanes

Visto che ormai siamo alla quinta puntata di questo resoconto islandese ho deciso di velocizzare la scrittura e dedicare un post al giorno, quindi aspettatevi un bel post lunghissimo, monolitico e ricco di foto 🙂

Eravamo rimasti alle prime impressioni in terra Islandese con il faro, una volta presa confidenza con le prime strade della terra Islandese iniziamo quindi a muoverci seriamente. Il programma iniziale, ipotizzato ancora quando avevamo i piedi in terra italica, era quello di dirottarci subito verso la grande capitale, ma visto anche il problemino accorso in aereoporto a Londra e la confidenza che abbiamo acquisito recentemente sulle strade locali ipotizziamo una piccola deviazione in modo da andare subito verso la fantomatica Laguna Blue, luogo allo stesso tempo iperturistico e spettacolare.

Ma prima di arrivare li arriva intanto il momento di deviare dalla strada principale che da Keflavík porta direttamente a Reykjavík per entrare nella desolata penisola del Reykjanes. Infatti basta fare poche centinaia di metri e ci si immette direttamente sopra il nostro primo campo lavico, una enorme distesa di roccia vulcanica nera e brulla con una strada solitaria che serpeggia in mezzo …

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Ad un certo punto, in mezzo al nulla, in lontananza appaiono delle nuvole di fumo bianco, segno inequivocabile di attività vulcanica oppure di una centrale geotermica.

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E finalmente, appena li, proprio in fianco alla strada, un laghetto frastagliato di acqua calda dal colore caraibico risplende nel nero della lava solidificata.

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e li in fondo lo stabile della Laguna Blue, dove turisti e autoctoni vanno a cercare il caldo.

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Visto il bel cielo limpido la voglia di andare a tuffarsi in questa grande piscina all’aperto è tanta, ma noi siamo ancora in attesa di notizie da Lorenzo che è rimasto a Londra e sta cercando di andare in ambasciata a farsi rinnovare la carta d’identità con la speranza di poterci raggiungere la mattina dopo, quindi decidiamo per il momento di saltare la Laguna e proseguire con il viaggio verso la costa.

Continuiamo ad attraversare il campo lavico fino a raggiungere Grindavík, uno dei pochi centri abitati della zona dove, come primo pranzo islandese optiamo per un panino, a dire il vero anche apprezzabile, alla stazione di servizio locale e riprendiamo il viaggio lungo la desolazione in direzione nord per andare verso la capitale.

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Ci avviciamo quindi a Krýsuvík una delle zone geotermali più calde dell’islanda visto che si trova proprio sulla dorsale atlantica, anche se in prima battuta il luogo ci sembra anche ameno e pacifico, anche se desolato.

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Ad un certo punto della nostra strada vediamo in lontananza un’altro pinnacolo di fumo bianco dalla cima di una montagna, è l’area di Seltún dove finalmente ci scontriamo con i primi fanghi ribollenti, temperature cocenti, zolfo puro e altri elementi metallici che sbucano direttamente dal suolo.

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L’emozione è forte, l’odore di zolfo pure e il luogo è eccezionalmente suggestivo. Vaghiamo per la zona per un po’ di tempo e poi riprendiamo la strada. Strada che dopo pochi metri ci stupisce con un bel sterrato dal 50 km/h che ci accompagna per molti chilometri di viaggio tra valli ed il nulla imperante fino a quasi alla città, dove ci riattacchiamo alla statale e ritroviamo un po’ di vita.

E’ tardo pomeriggio quando arriviamo in centro, parcheggiamo la nostra ammiraglia e finalmente ci inoltriamo nella città più popolosa dell’isola, Reykjavík che con i suoi 120mila abitanti (Udine ne ha 100mila) è il centro politico, vitale e culturale dell’Islanda.

L’assenza di parcheggi in centro ci costringe a parcheggiare l’ammiraglia in una stradina secondaria poco distante da dovrebbe trovarsi l’ostello. All’inizio la soluzione a dire il vero non ci esalta, ma poi ci pensiamo meglio … siamo in Islanda, sono quattro gatti di abitanti e molto probabilmente la criminalità è prossima a zero!

Con maggior fiducia prendiamo i nostri bagagli e iniziamo a discendere per Laugavegur per raggiungere il Reykjavik Backpackers, luogo deputato al nostro riposo.

Ma già dopo pochi passi qualcosa risuona strano alle nostre orecchie, urla che Abramo definirebbe demoniache rinbalzano sui muri, molesti rumori distorti ci fanno tremare le vene … cosa accade nel tardo pomeriggio di una delle città più tranquille del mondo? E’ forse in corso una rivoluzione?
Niente di tutto questo! Molto semplicemente è in corso in concerto trash metal all’aperto nel bar poco distante dal nostro ostello. Ovviamente questo mi fa capire di essere atterrato nello stato giusto per me.
Comunque dopo pochi passi arriviamo all’ostello dove senza problemi prendiamo possesso della nostra stanza e ci assicurano che il concerto andrà avanti solo fino alle 10.

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Ostello a Reykiavick ... finalmente :)

Baretto dell'ostello

In ostello, una volta preso possesso dei nostri letti a castello, optiamo subito per una doccia purificante e da subito scopriamo un’altra ovvia usanza islandese, ovvero che anche per l’acqua calda viene sfruttato il calore geotermico, solo che, a differenza da quanto uno potrebbe immaginare l’acqua che proviene dal sottosuolo non viene usata con uno scambiatore, ma direttamente nei rubinetti dell’acqua calda. Ma questo cosa comporta? Semplice, alla prima doccia, non appena aprire il rubinetto dell’acqua calda venite sommersi da un getto di zolfo da togliere il fiato.

Finite le dovute abluzioni indossiamo i nostri abiti migliori e usciamo per fare un giro e procacciare del cibo per la cena.

Già dopo pochi passi appare chiaro che la città si presenta tranquilla e carina (per fortuna c’è anche il metal che pervade il centro), anche se nei parcheggi si vedono dei mostri strani

Mezzi fuori misura

Per la cena optiamo per i suggerimenti della Routard di Abramo e ci dirigiamo in zona porto al Saegreifinn – The Sea Baron un bel locale, abbastanza grezzo in cui entri, scegli dal frigo quale spiedino farti preparare (oppure opti per una zuppa), paghi in cassa e poi vai a sederti su un tavolo … sempre se trovi un tavolo. Qui il nostro sguardo viene subito catturato da un cartello Minke whale (Balaenoptera acutorostrata) … ma whale vuol dire balena! Qui si mangia la balena! Lo sguardo d’intesa tra me e Abramo è immediata, come non si può mangiare la balena? Impossibile e quindi ordiniamo il nostro spiedino e la nostra birra in lattina.

Gatu mai magnà la balena? Io si :)

Bona la balena, carne rossa come il manzo, tenerissima e leggermente salmastra … spettacolare.
Dopo la luculliana e gustosa cena, approfittando dell’ottima tempo facciamo un giro per il porto e per il centro cittadino.

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In particolare notiamo il bel teatro dell’opera che, nonostante l’ampio uso di acciaio e vetro ben si fonde con l’ambiente circostante

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Il centro è invece in stile molto più classico con molti edifici in legno. Anche qui, regna un’enorme tranquillità

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con anche un bel laghetto che difficilmente farebbe pensare di trovarsi dentro la città più popolosa dell’isola, nonchè una capitale europea

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A furia di girare arriviamo alla grande chiesa in cemento che svetta in cima alla collina e che con il suo stile domina e rafforza gli animi dei viandanti.

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e tornando indietro verso l’ostello facciamo anche tempo ad ammirare qualche bel pezzo d’antiquariato automobilistico.

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Ma a questo punto nonostante abbiamo visitato praticamente tutto il centro non è tardi ed il sole sta ancora tramontando. A questo punto siamo definitivamente felici di aver visitato la penisola durante la giornata invece che puntare subito alla capitale.

Tornati in zona ostello cogliamo quindi l’occasione di fermarci nel baretto interno dove con un paio di birre islandesi di fronte iniziamo a discutere sul programma della giornata successiva anche alla luce delle novità che ci arrivano da londra da parte del disperso della spedizione. Perché Lorenzo è si arrivato ad andare in ambasciata ma li purtroppo ha scoperto che il rinnovo dei documenti viene fatto solo per i residenti in terra di albione e quindi non può ottenere l’agognato timbro che prolunga la validità della carta d’identità.

Visto che non dobbiamo tornare in aereoporto il programma della giornata successiva è quindi quanto definito già dalla partenza ovvero il famoso Circolo d’Oro che dovrebbe includere tra le migliori e più famose attrazioni naturalistiche islandesi, e visto che già la giornata di oggi ci ha dato già enormi soddisfazioni chissà cosa ci aspetta l’indomani.


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Islanda (e Londra mio malgrado): parte 4, primi passi nella terra del ghiaccio

… e alla fine, dopo qualche ora di volo riappare finalmente la terraferma che si palesa come quella che sembra un grande nuvola bianca in mezzo all’oceano. Ma è una nuvola strana, inframezzata da parti scure tale che sembra … oh mio dio … quella non è una nuvola! E’ un’enorme ghiacciaio!

Da li l’aereo gira verso ovest e inizia lentamente a scendere lasciandoci pian pianino ad ammirare la desolazione della terra islandese. Avvicinandoci alla costa ovest dell’isola si inizia anche a vedere un’insediamento umano, una cittadina che dall’alto la vedi piccola, un grande paese al massimo … poi capisco che si tratta nientemeno che di Reykjavík, la capitale con i suoi 120.000 abitanti … ma ormai è l’ora di atterrare nella landa desolata che fa da sfondo all’aereoporto di Keflavík.
Scendiamo quindi dall’aereo, recuperiamo i nostri bagagli e usciamo dall’edificio dell’aereoporto, e la prima cosa che colpisce è una, l’odore forte e pungente dello zolfo che pervade tutta la zona ed essere li, in mezzo al nulla, con vento fresco e solforoso che soffia da una sensazione veramente eccezionale. Prima cosa che facciamo non appena passata l’euforia iniziale andiamo a recuperare la nostra macchina che avevamo prenotato in anticipo. In origine dovevamo avere una berlina media, una Focus, ma una volta li io tizio dell’autonoleggio vuole, a tutti i costi e senza per noi costi aggiuntivi, darci l'”ammiraglia” così è più spaziosa. Noi gli diciamo che non serve, che ci basta la nostra berlina, anche perché essendo in due di spazio ne abbiamo più che abbastanza, ma più che altro, da buoni italiani ci aspettavamo la fregatura, anche perché quando mai ti offrono un’oggetto di categoria superiore allo stesso prezzo del modello più piccolo? Mai … ma alla fine ci danno le chiavi di questa Mondeo e c’è la porteremo in giro per tutta islanda.

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Prima cosa che facciamo non appena preso possesso del macchinone è quello di tornare in aereoporto per prelevare un po’ di contante così per sicurezza anche se dovrebbero accettare le carte di credito un po’ ovunque. All’uscita del parcheggio ci scontriamo piacevolmente subito con le usanze islandesi e scopro che il pagamento del parcheggio lo faccio direttamente dalla colonnina della sbarra con la carta di credito … segno che il nostro prelievo di contante è stato inutile.

A questo punto finite le formalità possiamo iniziare il nostro viaggio e, per prendere confidenza con le strade islandesi e soprattutto con il macchinone ci dirigiamo verso il faro di Garðskagi situato poco lontano dall’aereoporto.

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dove ci troviamo alle prese con le prime esperienze di nulla … qualche casa di qualche anima, un faro, un campo da beach volley

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una nave abbandonata li

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e soprattutto la solitudine e l’orizzonte senza confine sia terra che sullo scuro oceano … sensazione inebriante e allo stesso di piccolezza.


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Ma questo è solo la prima piccola tappa di un lungo viaggio che riprendiamo immediatamente con l’obiettivo di dirigerci verso Reykjavik passando attraverso la desolata penisola del Reykjanes.

 

Tree Top Walk

Oggi mi hanno segnalato questo posto The world´s longest tree top walk: veramente bellissimo a vedersi e già messo in programma per una prossima vacanza.

La località è questa: e in sostanza è una passeggiata comoda ed agibile sugli alberi

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che termina poi in una grande struttura in legno costruita sopra gli alberi più grandi del parco.

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Insomma quanto mi piacciono i tedeschi e la loro capacità di valorizzare le poche cose che hanno in modo bello e accessibile a tutti … altro che l’Italia in cui non riusciamo nemmeno a tenere in piedi quello che abbiamo già …